Garibaldi e Anita a Cesenatico

con il patrocinio del comune di Cesenatico

Garibaldi imbarcato a Cesenatico

Il Generale e Anita, in fuga, si imbarcarono a Cesenatico, ma la luna piena fu loro fatale.

Non si sa chi fu il primo ad accorgersi, quella notte del 1 agosto 1849, dell’arrivo di quella gente a cavallo. Certo, non furono le guardie pontificie, che stavano giocando a carte in una taverna.
I pescatori erano già andati a dormire, e a Cesenatico di gente ancora sveglia doveva essercene poca. Comunque, a svegliarla ci pensò lui, il Generale Garibaldi. Era appena sceso da San Marino, con poco più di duecento persone reduci dalla caduta della Repubblica Romana, e da un mese di faticosa e quasi disperata ritirata lungo l’Appennino; ma più affaticata di tutti era Anita, malata e sofferente, compagna di mille battaglie sin dal Sudamerica, dove, vedendola la prima volta scrutando con il cannocchiale, Garibaldi aveva detto “quella donna ha da essere mia!” Ormai l’idea di sollevare l’insurrezione in Italia centrale era fallita, e l’intenzione di Garibaldi era di provare a raggiungere Venezia, ultima città tra quelle che si erano ribellate nel 1848 che ancora resisteva nonostante il blocco navale della flotta austriaca. E per lui, marinaio, che sull’acqua aveva già vissuto molte battaglie e risolto molte situazioni difficili, era naturale arrivarci dal mare. La sera prima, dall’alto di San Marino aveva potuto vedere tutta la costa romagnola - dove la grande avventura del turismo balneare era già iniziata sei anni prima con la nascita dello stabilimento balneare Tintori - e valutare i vari porti da dove imbarcarsi.

Sapeva che al Porto di Cesenatico avrebbe trovato poca guarnigione e qualche complicità. Sapeva anche che non sarebbe stato facile convincere i pescatori, tutti chioggiotti, a mettere a rischio i loro bragozzi per consentirgli di provare a raggiungere Venezia per via di mare. Plausibile la ragione del rifiuto: c’era stata burrasca, ed era impossibile far uscire le barche oltre i frangenti.

Difficile, non impossibile, ribatte Giuseppe Garibaldi, che forte della sua esperienza di mare, porta a termine una complicata manovra di tonneggio, con la quale probabilmente si conquista, se non la solidarietà, almeno la stima e la connivenza dei pescatori. Del resto, a Chioggia si usa ancora dire “a tèra se ciàcola, in mare se nàvega”: una volta in mare, era interesse di tutti non farsi prendere.
Intanto, qualcuno è andato a cercare da mangiare e da bere; qualcuno si è fatto aprire la “salsamenteria” che stava proprio dove Marino Moretti metterà poi la sua biblioteca. Anita aspetta, nella casa sul canale dove ora una lapide li ricorda. Finalmente, tutto è pronto: rapidi come erano venuti, si imbarcano sui bragozzi alla volta di Venezia, mentre a terra non hanno molta fretta - e gliene verrà chiesto conto - di mandare qualcuno a Cesena per avvisare le autorità.
I cavalli dei garibaldini vengono lasciati a terra, naturalmente, e la burocrazia attiverà complicate procedure per riassegnarli ai legittimi proprietari.
Il viaggio per mare non avrà un buon esito; dobbiamo allo stesso Garibaldi, nelle sue Memorie, la descrizione più efficace e avvincente di quel che accadde quella notte, al largo di Punta della Maestra: «Noi seguimmo tutto quel resto della giornata la costa Italiana dell’Adriatico ad una certa distanza, con vento favorevole. La notte pure si presentò bellissima. Era plenilunio, ed io vidi alzare, con un senso dispiacevole, la compagna dei naviganti, ch’io avevo contemplato tante volte col culto d’un adoratore! Bella, come non l’avevo veduta mai; ma per noi sventuratamente troppo bella! E la luna ci fu fatale in quella notte!».
Due brick austriaci infatti scorgono la piccola flottiglia e la cannoneggiano, costringendo – dopo unanotte intera passata a rifugiarsi nei bassi fondali del delta del Po – la maggior parte dei bragozzi ad arrendersimentre le tre barche con Garibaldi e i più stretti seguaci prendono terra nei pressi dell’attuale Lido delle Nazioni. É uno dei momenti più tragici per Garibaldi: il giorno dopo perderà Anita, morta di stenti alle Mandriole; perderà i suoi seguaci più cari, Ciceruacchio, Ugo Bassi, Livraghi, catturati e fucilati dagli austriaci. Ed è anche una storia che suscita ancora oggi delle domande: Garibaldi aveva forse preparato quella “exit strategy”, come si direbbe oggi, in una situazione così disperata? E quale fu il vero ruolo dei pescatori chioggiotti, che a Cesenatico dovette convincere “ a piattonate”, e che a Chioggia, qualche anno dopo, salutò come i suoi salvatori? In ogni caso, con tutti i suoi interrogativi aperti, quella dell’imbarco di Cesenatico resta una delle vicende più simboliche e suggestive dell’intero Risorgimento: destinata a essere ricordata e fatta propria nell’identità e nella memoria di una intera comunità.

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