Azeglio Vicini, intervista a Cesenatico

con il patrocinio del comune di Cesenatico

Intervista ad Azeglio Vicini

Azeglio Vicini a spasso per Cesenatico, amata fin dall’infanzia, ricordando esordi, speranze, goal, grandi imprese e la panchina dell’italia

Da piccolo sognava di fare l’esploratore, suggestionato dai fumetti di “Cino e Franco” e dai libri di Sandokan, la tigre della Malesia. Esploratore in effetti lo è stato, solo che alle terre e ai tesori nascosti, ha preferito la scoperta di talenti in giro per la penisola con i prestigiosi colori azzurri. Ed è proprio l’azzurro il suo colore prediletto: quello della Nazionale, portato con onore in ben sei competizioni mondiali, quello del mare che ogni estate abbraccia nella sua Cesenatico. Era il 1938 quando il giovanissimo Azeglio venne nella cittadina e si trovò a dare i suoi primi calci nel pallone. Un amore che mai si è spezzato e che ancora oggi lo porta a trascorrere intere estati a due passi dal grattacielo, tra il vociare della spiaggia e le tende di Tonino Guerra che ogni estate ammira dal balcone di casa sua.
Azeglio Vicini e Cesenatico: un amore a prima vista?
“Dall’età di cinque anni, quando i miei genitori si trasferirono vicino il vecchio campo sportivo: il calcio è stato una scelta quasi inevitabile. Il tempo libero era tanto, poche le auto in giro, si giocava anche sulla strada con palloni di fortuna”.
Aveva già un idolo: Valentino Mazzola.
“Quando mio cognato mi portò a Bologna a vedere la squadra granata ricordo che mi tremavano le gambe da quanto ero emozionato. Giocava in una squadra, il Grande Torino, che era un modello per tutti gli appassionati”.
Gracile di fisico, lei si afferma per i piedi buoni.
“La tecnica è sempre stata il mio forte. L’esordio in prima squadra lo feci a 16 anni, solo che la squadra l’anno dopo venne squalificata per due anni a causa di un’invasione di campo. E così dopo una parentesi nella Rondinella, nel campionato Uisp, tornai al Cesenatico”.
che in quegli anni aveva conosciuto un altro campione: Giorgio Ghezzi.
“Di tre anni più grande di me. Il caso ha voluto che ci saremmo incontrati su sponde diverse nei mitici derby Sampdoria Genoa”.
Per lei arrivano le prime offerte importanti.
“La prima dalla Spal, a 17 anni. Mia madre però si oppose: adesso farebbe sorridere un rifiuto del genere ma in quegli anni il calcio non aveva il fascino di oggi per i genitori”.
L’anno dopo va al Cesena per 300mila lire.
“Per volere del Conte Rognoni. Per me era il massimo, tifavo due squadre: il Cesena e il grande Torino. Con i bianconeri giocai un solo anno, vincendo il campionato di Promozione e segnando 12 reti. Poi provai per Como, Lazio e Modena. Alla fine andai al Lanerossi per 4 milioni di lire. Giocai tre stagioni, dense di soddisfazioni: una promozione in serie A e la vittoria di due tornei di Viareggio che allora equivalevano quasi a uno scudetto”.
Arriva l’esordio in serie A.
“Subito contro l’Inter, battuti in casa per 2 a 0. Posso dire di essermela cavata bene visto che anche dopo ho giocato tanto”.
Nel 1956 va alla sampdoria.
“Per la cospicua cifra di 90 milioni, più Chiappin. I doriani avevano grandissime ambizioni, guidati dall’armatore Ravano. Sette anni vissuti intensamente. Ero diventato un beniamino della tifoseria, anche perché mi ero subito professato antigenoano”.
Il ricordo più bello?
“La vittoria contro l’Inter di Herrera: 4 a 2, quattro reti di Brighenti, tre su miei passaggi. Eravamo una grande squadra: Mora, l’austriaco Ocwirk, Skoglund, Cucchiaroni, Brighenti. Ma la testa ormai era al corso di Coverciano. Quando la stagione era ferma e tutti facevano le vacanze, io mi preparavo per diventare allenatore”.
Dopo l’esordio sulla panchina del brescia, entra nell’orbita della nazionale.
“Era consuetudine nella nostra federazione mandare gli allenatori un mese nel Regno Unito per conoscere più da vicino la loro realtà. Ferruccio Valcareggi, allenatore della nazionale campione d’Europa, mi chiese di accompagnarlo in quell’esperienza. E così è nata una collaborazione durata ben due mondiali (Messico ’70, Germania ’74)”.
Chiuso il capitolo Bernardini prima, Bearzot poi, arriva il suo turno.
“I Mondiali di Messico ‘86 avevano chiuso un ciclo e la Federazione voleva iniziarne un altro. Per cinque anni ero stato il vice dei vari Ct, quindi si è trattato di un percorso naturale. Testimoniato dal Seminatore d’oro, il riconoscimento del Coni all’allenatore che si fosse distinto nel suo operato: presi 102 voti su 103 disponibili”.

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